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THE YUKON BLUES

Esplorazione / 21 agosto 2026

Un viaggio sul fiume che mi ha insegnato cosa significa tornare.

Nel 2014 sono partito per un viaggio in canoa in solitario sul fiume Yukon, tra Canada e Alaska, con un’idea semplice: ripercorrere il viaggio che Walter Bonatti aveva compiuto quasi cinquant’anni prima per un reportage per Epoca, storica rivista del gruppo Mondadori.

Avevo letto quel racconto da ragazzo, nel libro “In terre lontane”, quando avevo poco più di quattordici anni, e qualcosa si era acceso in me.

Bonatti, dopo l’incredibile scalata solitaria e invernale della parete Nord del Cervino, nel 1965 aveva lasciato l’alpinismo estremo per dedicarsi all’esplorazione orizzontale dei grandi spazi del pianeta. Il suo viaggio nello Yukon era stato il primo vero reportage per Epoca: una lunga traversata solitaria tra Canada e Alaska, sulle tracce di Jack London, della Gold Rush e di quel Nord che nei libri sembrava ancora capace di inghiottire l’anima di chi osa esplorarlo.

Io volevo capire cosa fosse rimasto di quel mondo.

La rotta della spedizione The Yukon Blues

Cercavo delle tracce. Nomi, luoghi, persone, testimoni del passaggio di Bonatti. Nei suoi racconti c’erano saloon, battelli tirati in secca, città di frontiera, incontri con minatori, bushmen vecchia scuola e tantissima avventura in fiume, tra orsi e lupi.

Ho passato due anni a prepararmi per la spedizione, senza aver mai fatto davvero canoa canadese seriamente. Passavo le giornate su mappe e libri di storie popolari dello Yukon, dedicavo molto tempo all’allenamento fisico e allo studio del percorso attraverso i racconti di chi lo aveva già fatto prima di me, ma la preparazione non sembrava mai abbastanza.

Igor D'India consulta la mappa dalla canoa

Ogni centimetro può ammazzarti

Credo ci siano due frasi emblematiche che caratterizzano la mia spedizione in solitario sul fiume Yukon.

Una è la descrizione del fiume in un libro-guida di un tizio che ha pagaiato da solo per mezza Alaska negli anni Novanta e recita esattamente così: “Il fiume Yukon non è tecnicamente un fiume difficile. Eppure, ogni centimetro dello Yukon può ammazzarti”.

L’altra riguarda il mio livello di preparazione tecnica prima di partire per il Canada e mi è stata detta dal mio istruttore di canoa canadese, che mi salutava dopo tre giorni di training insieme: “Bene Igor, di canoa non ne capisci veramente un cazzo, ma sei molto determinato e sono certo che sopravviverai”.

The Yukon Blues: in canoa sul fiume Yukon, sulle orme di Walter Bonatti.

Andiamo al fiume

Dopo un lungo viaggio di circa 7.000 km in autostop da Toronto verso lo Yukon, un giorno di giugno ho messo in acqua la mia canoa, che avevo chiamato Rossana in onore della compagna di Bonatti, Rossana Podestà, e il fiume ha cominciato a fare quello che fanno i grandi fiumi: ha tolto peso alla mia immaginazione e ne ha dato alla realtà. Quella zona remota del cervello che è ancora dedicata all’attenzione e alla sopravvivenza ha preso il sopravvento.

Passaggio in canoa alle Five Finger Rapids

Lo Yukon è una presenza costante di vita e di morte che ti schiaccia in un attimo se non stai attento. Ti accompagna, ma poi ti spinge per farti male senza preavviso. Ti confonde facilmente. A volte sembra accettarti, altre volte sembra semplicemente non accorgersi di te. Ci sono canyon, rapide, tronchi affioranti, gorghi, vento, ma anche zone con una quantità di silenzio assordante che all’inizio pare romantica, poi diventa la prova più difficile da superare.

Il primo tratto di fiume da Whitehorse fino a Dawson, circa 800 km, è abbastanza fattibile, anche se nasconde varie insidie. Il paesaggio è stupendo, sa ancora di viaggio nel wilderness romantico. È anche possibile trovare qualcuno in giro in canoa e per un solitario è davvero un momento magico quando accade.

Dawson City è per me la città più incredibile del mondo. Ho vissuto avventure incredibili con i dawsoniti tutte le volte che ci sono stato, due volte per circa un mese e mezzo alla volta.

Dawson conserva ancora tanto dell’epoca della corsa all’oro: facciate di saloon da film western, pub dove il tempo sembra avere smesso di scorrere, il vecchio battello Keno tirato in secca sulla riva, il Red Feather Saloon dove Bonatti fece foto ai giocatori d’azzardo e alle ballerine che davano spettacolo, le tracce di una frontiera che non è mai diventata del tutto un museo, ma continua ad attirare esploratori e cercatori d’oro.

Il battello storico SS Keno a Dawson City

Dopo Dawson

Ma dopo Dawson il fiume cambia natura. Motivo per cui il 90% delle spedizioni in canoa e kayak si ferma prima. Nei restanti 600 km di viaggio verso Nord ho attraversato un mondo estremo e primitivo.

Verso Eagle, Circle e poi Fort Yukon il fiume si apre, si moltiplica in centinaia di canali, cambia passo spesso e le rive sono sempre meno amichevoli. Poco prima del Circolo Polare Artico gli approdi sono sempre più improbabili e pericolosi. Il livello di esposizione è massimo. I canali diventano labirinti. La bussola conta, ma conta anche e soprattutto l’istinto, allenato nelle settimane precedenti.

I canali dello Yukon Flats visti dall’alto

In Alaska, se il tempo è buono, il problema è solo orientarsi. Se arriva vento arriva forte, tutto diventa angosciante, uno sforzo enorme e sproporzionato. Pagaiare è impossibile e l’attesa sulle sponde è una tortura. È in quei momenti che capisci quanto sei solo e vulnerabile. Al wilderness non interessa quanto stai bene, quanto sei in difficoltà, e neanche se muori. Tutto intorno a te vive nella più totale indifferenza. La morte fa a pugni con la vita, lo percepisci. Sei in un ambiente che non è molto diverso da quello in cui vivevano i nativi migliaia di anni fa.

Il vento solleva acqua e detriti lungo il fiume Yukon

A proposito di vento. Alla fine mi sono fermato a Fort Yukon, dopo circa 1.400 km in canoa contro i 2.500 km previsti. I nativi mi dissero che quel vento non si era mai visto da quelle parti, che il clima è cambiato e, soprattutto, neanche loro si avventuravano in acqua in quelle condizioni. Quindi perché accanirsi? Meglio ritirarsi.

Il racconto della spedizione: 1.400 km in canoa tra Canada e Alaska.

La malinconia dello Yukon

E così finisce questa storia. Ero partito per girare un documentario. Pensavo di raccontare Bonatti, il fiume, gli orsi, il cambiamento di un territorio. Ma come succede nei viaggi veri, a un certo punto il soggetto ha smesso di stare davanti alla camera ed è finito dentro di me.

The Yukon Blues è questo: è la malinconia dello Yukon che ti seguirà per sempre.

Parti con l’ambizione di esplorare un luogo e torni con una nostalgia che non sai spiegare a chi ti chiede: “Com’è andata?”.

È andata che ho attraversato un pezzo di Nord America in canoa, da solo. Che ho cercato le tracce di un uomo che aveva cambiato la mia immaginazione quando ero ragazzo. E ho trovato una forma di libertà che in realtà forse è difficile da sostenere troppo a lungo, perché ti trasforma e ti scolla parecchio dalla società iperconnessa da cui vieni.

Porterò sempre una nostalgia tremenda di quei luoghi e delle persone conosciute in quel viaggio.

E paradossalmente, come Bonatti, avrò sempre paura di tornarci e di trovarli cambiati.

Testo: Igor D'India

Immagini e video: Igor D'India

Igor D'India

Autore

Igor D'India

Autore e documentarista

Adventure filmmaker e documentarista, Igor D'India racconta sport, spedizioni e ambiente in contesti selvaggi, con esperienza anche in riprese subacquee e produzioni outdoor.